C'è un tipo di rumore, in classe, che si riconosce subito. Non è il chiacchiericcio di chi si distrae, è qualcosa di diverso: tutti hanno qualcosa da dire, tutti lo dicono nello stesso momento e nessuno sta davvero ascoltando nessun altro. Alzo la voce, si abbassa per due minuti, poi risale. Qualcuno interrompe un compagno a metà frase per raccontare tutt'altro. Qualcuno grida "prof, prof!" mentre un altro sta ancora parlando. È una classe vivace, energica, piena di cose da dire - e proprio per questo, paradossalmente, è una classe in cui si comunica pochissimo. Mi capita spesso e ogni volta mi risistemo la stessa domanda: il problema è che parlano troppo o che non hanno imparato ad ascoltare?
Il rumore non è il vero problema
La prima tentazione, di fronte a una classe così, è trattare il volume come il nemico, basta che stiano zitti e la lezione funzioni. Ma il volume è solo il sintomo. Il problema reale è un altro: in quella classe, parlare è diventato l'unico modo per esistere nella conversazione, mentre ascoltare non porta nessun vantaggio percepito. Se il compagno non mi ascolta quando parlo io, perché dovrei ascoltarlo io quando parla lui? È una spirale che si autoalimenta e che il semplice "silenzio, per favore" non scioglie: al massimo la mette in pausa per un minuto.
Ho notato che questo tipo di dinamica esplode soprattutto in due momenti: quando l'argomento appassiona davvero (e allora tutti vogliono dire la loro, subito, prima di dimenticarla) e quando la classe è, nel complesso, poco abituata a strutture che rendano visibile il proprio turno di parola. Sono ragazzi che a casa, con gli amici, con i social, sono abituati a un flusso continuo e simultaneo di voci - e portano in classe esattamente quello schema, perché nessuno ha mai insegnato loro un'alternativa, non perché siano maleducati.
Insegnare ad ascoltare, non solo a stare zitti
C'è una differenza enorme tra "fare silenzio" e "ascoltare" e la scuola spesso allena solo la prima. Il silenzio si ottiene con l'autorità: basta un tono di voce, uno sguardo, un "adesso basta". L'ascolto, invece, è una competenza, e come tutte le competenze va costruita con pratica ripetuta, non pretesa una volta per tutte.
Le strategie che uso, quando la classe è particolarmente accesa, hanno tutte lo stesso principio di fondo, ovvero rendere visibile ed esplicito qualcosa che di solito resta implicito, cioè chi ha la parola e per quanto. Un oggetto fisico che passa di mano in mano e che segnala chi sta parlando in quel momento aiuta moltissimo i più impulsivi, perché il gesto di doverlo aspettare crea uno spazio fisico prima che si possa intervenire. Chiedere a chi vuole rispondere di riformulare in due parole quello che ha appena detto chi lo ha preceduto, prima di aggiungere il proprio pensiero, sposta l'attenzione dal "cosa dico io" al "cosa ha detto l'altro" - ed è sorprendente quante volte si scopre che nessuno aveva davvero ascoltato.
Un'altra cosa che funziona, controintuitivamente, è dare più spazio alla parola, non meno: un momento di discussione libera a piccoli gruppi, prima della condivisione con tutta la classe, scarica il bisogno di dire la propria e rende molto più gestibile il momento in cui si torna in plenaria. Chi ha già parlato al proprio tavolo arriva alla discussione generale meno "affamato" di intervenire subito e più disposto ad ascoltare cosa dicono gli altri gruppi.
Cosa c'entra tutto questo con l'inclusione
Una classe dove parlano tutti insieme è, in un certo senso, una classe che esclude senza volerlo. Chi ha bisogno di più tempo per formulare un pensiero, chi è più timido, chi ha difficoltà di elaborazione uditiva o di attenzione, semplicemente non riesce a inserirsi in quel flusso continuo e finisce per stare zitto, non perché non abbia niente da dire, ma perché non trova mai lo spazio per dirlo.
Costruire regole esplicite per la parola - i turni, il segnale visivo, il tempo di attesa dopo una domanda prima che qualcuno possa rispondere - non è solo una tecnica di gestione della classe, è una forma di accessibilità. Rallenta il ritmo abbastanza da lasciare entrare anche chi, a velocità naturale, resterebbe sempre un passo indietro.
Non è mai risolto una volta per tutte
Se c'è una cosa che ho imparato da queste classi vivaci, è che il lavoro sull'ascolto non si "sistema" con una lezione dedicata o una regola scritta alla lavagna il primo giorno di scuola. Va rimesso in circolo di continuo, soprattutto nei momenti in cui l'entusiasmo per un argomento fa temporaneamente dimenticare tutte le strutture costruite fino a quel momento. E va bene così: significa che quella classe è viva, ha energia, ha cose da dire. Il compito non è spegnere quell'energia, ma darle un canale in cui possa circolare senza travolgere chi, in quel momento, sta cercando di ascoltare.