Oggi, in classe, ho commesso un errore.
Stavamo lavorando sulla divisione in sillabe. Ho chiesto a una ragazza di dividere la parola "responsabile". Lei l'ha fatto e io l'ho corretta: ero convinta che avesse sbagliato. I compagni, però, sostenevano che la sua divisione fosse quella giusta. A quel punto, invece di chiudere la questione facendo valere il mio ruolo, ho controllato. E avevano ragione loro: la parola era divisa correttamente fin dall'inizio.
È durato pochi istanti, ma è bastato per farmi pensare a lungo a quello che era appena successo e a quello che voglio che i miei studenti imparino da momenti come questo.
Il paradosso dell'errore a scuola
Passiamo anni a insegnare ai ragazzi che sbagliare fa parte dell'apprendimento e che l'errore è materiale prezioso, non una colpa da nascondere. Poi, però, la scuola stessa è spesso costruita attorno all'idea opposta: il voto che sanziona, il timore di alzare la mano per paura di dire la cosa sbagliata, l'insegnante che, quasi per definizione, non dovrebbe sbagliare mai.
È un paradosso che conosco bene anche dal mio percorso nella didattica inclusiva. Chiediamo agli studenti flessibilità cognitiva, tolleranza per la frustrazione, capacità di riprovare dopo un insuccesso e intanto continuiamo a proporre un'idea di autorità - quella dell'adulto, quella dell'insegnante - che non lascia spazio all'imperfezione. Il momento in classe di oggi mi ha ricordato quanto sia importante, invece, che questa incoerenza venga rotta apertamente, davanti ai ragazzi, e non solo predicata a parole.
Cosa succede quando l'insegnante sbaglia (e lo ammette)
Di fronte ai compagni che insistevano, avrei potuto far valere semplicemente il mio ruolo: sono l'insegnante, quindi ho ragione io. È una scorciatoia comoda e in molte classi funziona, nel senso che nessuno la mette in discussione. Ma è anche una scorciatoia che insegna qualcosa di sbagliato, ovvero che avere ragione è una questione di gerarchia e non di verifica.
Controllare, invece, ammettere di non essere sicura e poi riconoscere apertamente che avevano ragione loro, ha un doppio effetto. Da un lato normalizza l'errore: se può sbagliarsi anche l'adulto di riferimento, e soprattutto se l'adulto lo verifica invece di trincerarsi dietro il proprio ruolo, allora sbagliare - e mettersi in discussione - non è un fallimento personale, è semplicemente parte del pensare e del fare. Dall'altro restituisce autorevolezza, non la toglie: un'insegnante che controlla, si corregge e lo dice con serenità comunica sicurezza, non fragilità. Comunica che si può stare nel dubbio, verificarlo e uscirne senza esserne travolti.
Per la ragazza che aveva risposto correttamente e si era vista corretta ingiustamente, poi, c'è un terzo effetto, forse il più importante: vedere la propria competenza confermata, non con un colpo di fortuna ma perché qualcuno ha controllato e ha ammesso di aver sbagliato, rinforza la fiducia in se stessi molto più di qualsiasi lode.
Questo episodio mi ha fatto ripensare anche a un livello più strutturale, quello della progettazione delle attività. Nell'ottica dello Universal Design for Learning, l'errore non è un evento da evitare a monte con attività "a prova di sbaglio", ma un dato da cui partire: dove nasce la confusione, cosa dice del modo in cui abbiamo spiegato o organizzato il compito, come possiamo offrire più strade per arrivare alla stessa competenza.
Se un'insegnante può sbagliare a valutare una risposta corretta, un'attività può altrettanto facilmente risultare poco chiara per ragioni che non dipendono affatto dall'impegno o dalla capacità dello studente. L'errore, guardato così, diventa uno strumento diagnostico prima ancora che un momento da correggere. Ci dice qualcosa sul processo, non solo sul risultato.
Da oggi in poi, credo che proverò a rendere esplicito qualcosa che finora facevo solo istintivamente: quando ho un dubbio, controllo, anche davanti alla classe, e quando scopro di aver sbagliato, lo dico. Non per teatralità, ma perché è un modo concreto, ripetuto nel tempo, per insegnare che l'errore si nomina, si verifica, e si supera, senza vergogna, che si sia dall'una o dall'altra parte della cattedra.
In fondo, se vogliamo che i nostri studenti crescano capaci di riconoscere i propri errori senza esserne schiacciati, dobbiamo prima di tutto mostrarglielo. Con un errore, condiviso ad alta voce, in mezzo a una lezione qualunque su come si dividono le sillabe.