Oggi è la Giornata mondiale degli insegnanti, istituita nel 1994. Io ne vengo a conoscenza solo oggi, ma è probabile che semplicemente non ci abbia fatto caso negli anni passati.
Vorrei però riflettere, brevemente, su questa categoria della quale faccio parte. Lo dico con un po' di titubanza e rassegnazione dato che, insegnante, non mi ci sono mai sentita davvero. Sono stata una studentessa che ha odiato la scuola e che non ambiva minimamente a varcarne nuovamente la soglia. Attenzione: amavo studiare, la curiosità mi ha sempre contraddistinto, eppure l'incontro spiacevole con molti professori ha reso per me il termine "scuola" un sinonimo di "inferno". Un luogo della paura, dell'ansia, del mal di pancia, dello sconforto e del senso di inefficacia.
Non scherzo quando dico che la scuola ha minato la mia salute mentale e quella dei miei compagni (ho frequentato uno dei licei classici più blasonati della città). Non si tratta di fragilità riconducibili alla mia persona, ma di un sistema che definirei tranquillamente "sadico". Certamente ricordo professori a dir poco fondamentali per la mia formazione, ma il dolore provato a causa di alcuni oscura con facilità i benefici del lavoro di altri.
Ora che ci sono dentro, cosa ne penso? Beh, continuo a non sopportare l'80% dei professori.
Intanto, diciamo le cose come stanno: una buona percentuale ha comprato i titoli e non ha una preparazione culturale sufficiente.
Un'altra parte usa metodi coercitivi, o meglio, la filosofia del "pugno duro". Dal momento che queste strategie sembrano funzionare nell'immediato grazie alla strizza, tali soggetti pensano di avere in mano la chiave per la gestione della classe. Non si rendono conto che, a causa loro, gli studenti inventano malanni di vario genere pur di convincere i genitori a farli restare a casa. A loro non importa nemmeno che i ragazzi finiranno per odiare la disciplina. Quale frustrazione ti porta a fare di tutto pur di far andare di traverso, a generazioni di studenti, la materia alla quale hai dedicato la vita? Non è necessario spiegare la differenza tra "autorevole" e "autoritario", ormai piuttosto sdoganata.
E poi ci sono i migliori di tutti: quelli che vogliono un posto statale solo per potersi assentare facilmente. Malattia, congedi di vario genere e chi più ne ha, più ne metta.
E vogliamo parlare dei pregiudizi e delle ingiustizie? Non avete idea di quante se ne vedano tra le mura scolastiche. Chi di noi è sensibile a certe dinamiche non può che passare le proprie giornate a dannarsi e ad arrabbiarsi.
Resta da dire qualcosa di buono? Sì. A scuola c'è anche chi si alza la mattina con le migliori intenzioni. Questo non ti rende in automatico un bravo insegnante, ma credo che svolgere il proprio ruolo con serietà e sensibilità sia già qualcosa di grande.
A me, ad esempio, manca l'esperienza. Vorrei averne di più, ma temo che dovrò aspettare un po' di anni. Nel frattempo cerco di informarmi, di capire e sperimento. Osservo chi, per talento o per allenamento, è riuscito a trovare una modalità funzionale sia per i ragazzi, sia per se stesso.
Molti non riescono a immaginare la fatica di passare una mattinata intera cercando di trasmettere conoscenze e, al contempo, gestire e mediare le dinamiche tra i ragazzi. Può sembrare cosa da poco, ma vi assicuro che si torna a casa distrutti. Inoltre, non è un cliché quando si dice che il lavoro a casa è considerevole. Per non parlare, poi, del rapporto con le famiglie, spesso in situazioni di difficoltà psicologica e non solo.
Bisogna urlarlo a gran voce: lavorare con i giovani è tanto, tanto, tanto faticoso. Soprattutto se intendi fornirli di strumenti per comprendere il mondo e affrontarlo con coscienza.
Nel mio piccolo, cerco di portare avanti un’idea controcorrente: credo fermamente nell'autodeterminazione, anche quando ho davanti ragazzi di appena 11 anni. Non significa affatto "lasciare chi non vuole studiare nel proprio brodo", tutt'altro. Quando parlo con i miei studenti, ci tengo che si sentano responsabili e artefici del proprio destino. Per questo mi rifiuto di punire chi mi consegna un compito fatto con ChatGPT. Preferisco fargli capire quali possano essere le conseguenze reali delle sue scelte. Mi sembra un approccio decisamente più efficace; o almeno, lo sarebbe stato con la giovane me.
So che molti mi giudicheranno un'idealista, una povera illusa. Pazienza, rischierò di non avere ragione, ma credo che la scuola vada cambiata in primis dall'interno con piccoli atti di ribellione quotidiana.