Ho una classe prima media che gli educatori di un'associazione, dopo averla vista più volte, hanno descritto come il gruppo in cui fanno più fatica a svolgere le attività.
Mentre gli educatori parlano, davanti a voi si consuma il solito siparietto. Qualcuno prova ad ascoltare, qualcuno vaga altrove con la mente e poi ci sono loro due: i ragazzi più fragili, che con il loro chiasso cercano un posto nel mondo, trascinando o provocando gli altri compagni.
In quel momento, la mano va istintivamente al registro elettronico. La logica standard della gestione della classe direbbe: nota disciplinare. Dopotutto, hanno disturbato oggi, come ieri, e come probabilmente faranno domani. Un pensiero mi ha bloccato, probabilmente sanzionarli avrebbe solo confermato un'etichetta, fossilizzando dinamiche logoranti che non servono a nessuno.
Così, ho deciso di tentare un esperimento. Ho ribaltato la prospettiva e ho messo una nota di merito a chi ha ascoltato con attenzione e aspettato il proprio turno. A chi avrei dovuto sanzionare, invece, non ho messo nulla. Né note sul registro, né rimbrotti. Il vuoto.
È la prima volta che lo faccio. L'istinto mi dice che è la strada giusta, ma la mente del docente ha bisogno di riscontri. Cosa dice la ricerca scientifica su questo approccio? E dove rischio di sbagliare?
La scelta di non punire i comportamenti negativi e premiare quelli positivi non è un'intuizione campata in aria, ma affonda le radici nella psicologia dell'educazione e, in particolare, nelle teorie del rinforzo.
L'estinzione del comportamento disturbante: molti comportamenti problematici in prima media (specialmente nei ragazzi più fragili) sono dettati dal bisogno di attenzione. La nota disciplinare, paradossalmente, soddisfa questo bisogno: il ragazzo ottiene l'attenzione (seppur negativa) dell'insegnante e del gruppo classe. Ignorare il comportamento negativo – laddove non sia pericoloso – toglie carburante al fuoco.
La"ratio" di lodi e rimproveri: la ricerca internazionale (come gli studi della Kansas State University sulla gestione della classe) suggerisce che in una classe funzionale il rapporto tra interazioni positive (lodi, ringraziamenti, note di merito) e negative (rimproveri, note) dovrebbe essere di almeno 4 a 1. Elogiare chi si comporta bene crea un modello sociale che gli altri tendono a emulare per ottenere lo stesso riconoscimento.
La regolazione emotiva non si punisce: come giustamente osservato, quei due ragazzi non stavano sfidando l'autorità; semplicemente, non avevano ancora gli strumenti cognitivi ed emotivi per autoregolarsi. Punire una mancanza di competenze è come mettere un brutto voto in matematica a chi non ha ancora studiato le tabelline: non serve a farlo imparare, serve solo a farlo sentire inadeguato.
Trasparenza pedagogica
C'è un passaggio fondamentale che ho voluto fare. Ho spiegato ai ragazzi che cos'è il rinforzo. Non ho voluto che questo cambio di rotta sembrasse un colpo di testa o un'ingiustizia magica, ma una scelta scientifica e condivisa.
Ho spiegato loro che il rinforzo agisce su due fronti e che tutti in aula siamo responsabili di ciò che accade:
- Il rinforzo sono io quando uso le note di merito per premiare e valorizzare chi ascolta, cercando di dare forza ai comportamenti funzionali.
- Il rinforzo sono loro quando ridono alle stupidaggini dei compagni in difficoltà. Ridacchiare o dare spago al caos, ho spiegato, significa "premiare" quel comportamento disfunzionale, alimentandolo e rendendo ancora più difficile, per chi è fragile, trovare la forza di fermarsi.
Condividere la "scienza" che sta dietro la gestione del gruppo significa renderli co-responsabili del clima dell'aula. Non sono più sudditi di un regolamento, ma alleati consapevoli di un ecosistema emotivo.
Dove si rischia di sbagliare?
Cambiando rotta si naviga in acque nuove ed è fondamentale monitorare alcuni potenziali "effetti collaterali" pedagogici per non trasformare una buona intuizione in un boomerang.
I due ragazzi fragili, non ricevendo né sanzioni né meriti, potrebbero sentirsi ignorati o "esclusi" dal sistema della classe. Se l'assenza di sanzione viene percepita come indifferenza del docente («tanto a lei non importa quello che faccio»), il legame educativo si indebolisce. Inoltre, c'è il rischio che i compagni percepiscopo l'assenza di sanzioni come un'ingiustizia o un trattamento di favore.
Se trasformiamo la nota di merito in un "premio" standard, i ragazzi che si comportano bene inizieranno a farlo solo per ricevere il commento sul registro. La ricerca di Alfie Kohn (Puniti dai premi) dimostra che le ricompense esterne possono uccidere la motivazione intrinseca (il piacere e il valore di ascoltare gli altri per il gusto di farlo).
Una strategia per il futuro
L'esperimento è prezioso e merita di essere continuato, ma integrando alcuni accorgimenti per renderlo sostenibile ed efficace a lungo termine:
- Spostare il focus sul gruppo (interdipendenza positiva): invece di premiare i singoli, si può iniziare a lodare il tavolo o la fila che riesce a collaborare meglio. Questo spinge i compagni ad aiutarsi a vicenda e a supportare i più fragili nel mantenere l'autocontrollo, invece di isolarli.
- Creare micro-obiettivi per i ragazzi fragili: non possiamo pretendere che passino da "disturbatori continui" a "ascoltatori perfetti". Concordate con loro piccoli obiettivi personalizzati (es. «oggi proviamo a stare attenti per i primi 10 minuti»). Se ci riescono, quella sarà la loro nota di merito, calibrata sulle loro reali possibilità.
- Esplicitare il non-detto: in un momento successivo e privato, parlate con i due ragazzi. Spiegate loro: «oggi non vi ho messo la nota perché so che per voi è difficile e so che non lo fate apposta. Credo in voi e voglio aiutarvi a riuscirci». Il silenzio sul registro deve trasformarsi in una parola di fiducia detta a quattr'occhi.
Cambiare le regole del gioco in una prima media richiede coraggio. Smettere di usare il registro come un martello e iniziare a usarlo come uno specchio per riflettere il bello che c'è in classe è il primo passo per costruire, davvero, una comunità che apprende.
La realtà oltre la teoria: il quaderno, le tende e la scatola dei post-it
La teoria è bellissima, ma la realtà è un'altra storia. Con il primo dei due ragazzi fragili il canale era già aperto, infatti a inizio anno gli avevo dato una nota di merito per un quaderno straordinario pieno di storie e disegni. Sapeva già di non essere per me "quello che disturba". Il vero nodo è il secondo ragazzo, per il quale non sono ancora riuscita a trovare un aggancio da premiare. Come evitare che il mio silenzio venga percepito da lui come indifferenza?
Per stabilizzare la classe, subito dopo la discussione sul rinforzo ho fatto una cosa che molti considererebbero "tempo tolto alla didattica". Ho tirato le tende, messo musica rilassante e letto un libro ad alta voce mentre loro potevano ascoltare, disegnare o riposare. Sono stati tranquillissimi. Regolare l'ambiente significa fare didattica dell'autoregolazione.
Alla fine, ho messo in aula una scatola chiedendo di inserire un post-it (con o senza nome) su cosa cambierebbero della scuola o su qualcosa che volevano farmi sapere. Le risposte sono state incredibili:
Il primo ragazzo si è aperto, confessandomi per iscritto di essere geloso di una compagna che disegna meglio di lui (l'origine della sua ansia e irrequietezza).
Il secondo ragazzo fragile ha inserito nella scatola un biglietto completamente vuoto.
In pedagogia, quel foglio vuoto è un messaggio potentissimo. Significa: «ci sono, ho partecipato al gioco, ho piegato il foglietto come gli altri. Non ho ancora le parole per dirti cosa sento, ma ho voluto esserci». Ha accettato la relazione.
Smettere di usare il registro come un martello richiede coraggio. Ma i biglietti di quella scatola dimostrano che dedicare tempo al clima emotivo non è tempo tolto alla didattica, ma è l'unico modo per renderla possibile.