"Come Dio comanda" di Niccolò Ammaniti

Analisi dell'ultimo libro che ho letto

"Come Dio comanda" di Niccolò Ammaniti

Come Dio comanda di Niccolò Ammaniti, Premio Strega 2007, è uno di quei romanzi che restano addosso, non per la storia in sé, ma per un legame, un rapporto tra due personaggi che continua a girare in testa molto dopo l'ultima pagina.

SPOILER ALERT

Al centro del romanzo c'è il legame tra Rino Zena e suo figlio Cristiano, un rapporto disfunzionale, spesso violento eppure attraversato da un amore autentico. Rino è un uomo rabbioso, disoccupato, vicino ad ambienti di estrema destra, capace di gesti brutali verso il figlio stesso. Dietro la violenza però, si intuisce, pagina dopo pagina, un uomo che la vita, fatta di povertà, fallimenti e mancanza di alternative, ha trasformato in qualcosa di ripugnante. Non è un mostro nato tale. È il prodotto delle circostanze che lo hanno schiacciato.

Lo stesso vale per Cristiano che vive suo padre con un misto di paura e fascinazione totale. Rino gli fa paura, eppure Cristiano lo ama, lo ammira e si fida di lui, lo osserva come un modello anche quando riconosce essere sbagliato. Mi ha ricordato il rapporto tra Arturo e suo padre ne "L'isola di Arturo" di Elsa Morante (soprautto pnella parte precedente all'arrivo di Assuntina). Anche lì un figlio innamorato di un padre inaccessibile e in fondo violento. In entrambi i casi l'assenza di una figura femminile, che offrisse una lettura alternativa sul mondo, solidifica il legame verso la propria figura adulta di riferimento rendendolo persino più forte della paura. Leggi l'analisi dell'Isola di Arturo

Attorno a Rino e Cristiano, Ammaniti costruisce una piccola comunità di uomini soli, ognuno segnato da un vuoto che nessuno ha mai provato a colmare. Quattro Formaggi è forse il più fragile di tutti. Infantile, apparentemente innoquo, ossessivo, viene escluso e umiliato da chiunque gli capiti a tiro. Ammaniti descrive un meccanismo che ricorda da vicino certe dinamiche della cronaca nera, vera e romanzata. L'esclusione sistematica di un individuo in difficoltà, la mancanza totale di empatia da parte di chi lo circonda, la solitudine in cui viene lasciato marcire, sono spesso gli ingredienti che finiscono per far emergere il lato più oscuro di una persona. Non come giustificazione, ma come innesco. Quattro Formaggi, probabilmente affetto da qualche forma di schizofrenia/disturbo ossessivo-compulsivo, si scopre essere molto più violento e tormentato di Rino. Dà sfogo al suo malessere perché, in fondo, nessuno gli ha offerto un'alternativa, come leggiamo nelle storie dei più efferati serial killer. Como loro, cerca di ritornare sul luogo del delitto, come per loro, l'omicidio assume tinte "sacrali" che sembrano coincidere con un rito di purificazione e rinascita.

Poi c'è Danilo, forse il personaggio più struggente del romanzo. Vive nell'ossessione di una rapina in banca, l'unico progetto capace di dargli la speranza di una svolta nella sua vita altrimenti fallimentare. Quando quell'ossessione lo conduce alla morte, si spegne con un sorriso sul volto. Viene da chiedersi se, in fondo, Danilo non stesse cercando altro. Sua figlia Laura è morta per colpa sua, soffocata da un tappo di sapone e forse quella corsa disperata verso un riscatto non era altro che un modo incoscio per raggiungerla, per chiudere finalmente un conto mai saldato con se stesso.

Accanto a questi uomini al limite ce ne sono altri apparentemente più rassicuranti, come l'assistente sociale e volontario della parrocchia, Beppe Tracca, che dovrebbero rappresentare l'aiuto istituzionale ma che si rivelano nella sostanza altrettanto meschini o incapaci. Tuttavia, per lui, sembra esserci possibilità di redenzione.

Le figure femminili nel romanzo sono marginali e per lo più assenti fisicamente. La madre di Cristiano se n'è andata, lasciando lui e Rino da soli e la sua mancanza pesa su tutta la storia senza che lei compaia davvero. Non ci sono figure materne stabili in nessuna delle vite maschili del libro e questa assenza non è un dettaglio secondario. È stata anche oggetto di studi critici che leggono proprio nella mancanza di madri e di donne di riferimento la causa dell'isolamento emotivo e sociale dei personaggi maschili, costretti a navigare da soli, senza nessuno che offra loro un modello diverso di affetto o di cura.

Anche Laura, la figlia morta di Danilo, e sua moglie Teresa, esistono più come assenza che come presenza, un vuoto che lo divora piuttosto che figure con una propria voce. Lo stesso vale per Ida che, bramata ardentemente da Beppe, è oggetto di un desiderio inaccessibile. Ed è altrettanto significativo che il personaggio di Fabiana, la cui morte rappresenta il punto in cui tutte le storie individuali si scontrano e collassano (e che innesca la parte più cruda del romanzo), sia anch'essa una ragazza. Quasi a chiudere il cerchio di un mondo maschile che  scarica sulla femminilità la propria violenza e la propria disperazione.

In sostanza le donne nel romanzo non sono protagoniste ma controparti, presenze che mancano più di quanto agiscano e questa assenza diventa essa stessa un elemento narrativo. CIò contribuisce a costruire quel senso di desolazione e di uomini abbandonati a se stessi che attraversa tutto il libro.

Un filo sottile attraversa tutte queste storie ed è il rapporto con Dio, che dà il titolo al romanzo. Ognuno dei personaggi lo invoca, gli chiede aiuto per raggiungere un obiettivo, lo ritiene responsabile delle proprie azioni. E quando il caso sembra assecondarli, si convincono che sia stato proprio lui a intervenire, quando in realtà stanno solo correndo, ognuno a modo suo, verso una fine terribile. È forse questo l'aspetto più amaro del libro, l'illusione di un disegno superiore che in realtà è solo il precipitare di scelte, mancanze e occasioni perdute.

Se in tutto questo esiste una forma di salvezza, credo risieda solo nell'amore tra Rino e Cristiano, l'unico legame che nel romanzo non è del tutto corrotto dalle circostanze. Il finale resta aperto e non ce lo conferma davvero, ma io ho scelto di leggerlo con fiducia. Nonostante tutto, in Rino resta vivo un senso di giustizia che non si è mai del tutto spento ed è questo, più che la violenza, a definire davvero chi è. È lì, credo, che si nasconda la possibilità di una redenzione.

 

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